PAGINE DA LEGGERE

 

«Che cazzo hai fatto?» domandai innervosito.

«Niente, niente.... Sediamoci là in fondo».

«Insomma... mi vuoi spiegare...? Perché ci hanno lasciati passare prima degli altri?» chiesi quando occupammo un tavolo libero.

«Quel deficiente del guardiano ha voluto venti pesos in più quando ha capito che stavo con uno straniero...».

«Cazzo! L’hai corrotto...».

«Corrotto mi sembra una parola grossa.... Dopo tutto gli ho dato solo cinquanta pesos...».

«A me sembra la parola giusta.... Senti Ifraín... io non so ancora se posso fidarmi di te, ma non mi è piaciuta per niente questa cosa» dissi irritato.

Assunse un’aria contrita. «Ma io l’ho fatto per te...» si scusò.

«Bene.... Per il futuro risparmiami questi privilegi. Hai visto tutte quelle persone là fuori? Cosa credi che avranno pensato?».

«Vuoi saperlo? Vuoi sapere cosa hanno pensato?».

«Non c’è bisogno che me lo dica. Lo intuisco da me».

«Loro hanno pensato che sei un povero turista senza un soldo, costretto a venire da questa parte per mangiare un gelato. Uno che non può permettersi di pagare in dollari. Questo hanno pensato».

«Stronzate» dissi. «Inventane un’altra...».

«E’ così, te lo garantisco».

Restammo un quarto d’ora in silenzio, io meravigliandomi per le scene che osservavo, lui sorridendo della mia meraviglia.

I camerieri prendevano le ordinazioni di quattro o cinque tavoli per volta, per poi servire ad ognuno degli avventori una quantità di gelato che avrebbe soddisfatto il consumo di una famiglia di quattro persone per una settimana.

Un tale al tavolo di fronte arrivò a ingurgitare il contenuto di dieci coppette, praticamente in apnea. Ma, in generale, tutti potevano vantare una media strabiliante.

«Due ore di fila valgono questo piccolo sacrificio, verdad?» mi chiese Ifraín.

«Quantomeno abbiamo la certezza che il gelato è buono...» osservai.

 
© Copyright 2003 by Gruppo Edicom